27-03-2019

Bricks: la pizzeria Insider a Torino

Articolo di Bruno Boveri – Ho tanti ricordi di serate in pizzeria da giovane squattrinato.

Ho scritto “giovane”, quindi si parla di tanti anni fa, sullo squattrinato lasciamo perdere. Si andava in pizzeria perché costava poco e ti riempivi lo stomaco. Magari pure troppo per quella sensazione di gonfiore e subbuglio che ti accompagnava durante la notte. Un amico che la sapeva lunga mi spiegò che la pasta della pizza aveva un tempo di lievitazione e un tempo di fermentazione, e quest’ultimo era più lungo dell’altro. E così capitava sovente che mangiavi pizze dalla pasta ben lievitata ma con la fermentazione ancora in atto, che proseguiva nel tuo stomaco con gli effetti di cui si diceva.

Le pizze poi erano sempre le stesse, la Napoli, la Margherita, la Marinara (che non aveva praticamente nulla oltre la pasta, olio e un po’ di pomodoro), la 4 stagioni (la più ricca), il Calzone e poche altre, alcune astruse come quella coi wurstel e la fontina (accostamento abominevole). Se poi osavi prendere qualche piatto che non fosse pizza ti andava pure peggio, una vera desolazione.

Vabbé, l’ho fatta tragica: qualche buona eccezione c’era pure allora, ma la media era quella, ahinoi. Oggi per fortuna tutto è cambiato e le esperienze di cui sopra sono la rara eccezione. Le pizze sono diventate “gourmet” (odio questo termine, ma lo uso tanto per capirci al volo), con una grande attenzione alle farine e alle materie prime usate e con proposte nuove con accostamenti prima impensabili. Vi faccio solo un esempio, il Bricks di Carlo Ricatto in centro città.

Le pizze sono una favola: potete scegliere tra diversi tipi di impasto, tutti fatti rigorosamente con farine bio, e materie prime di assoluta qualità, e poi entra in campo l’estro e la valentia del pizzaiolo Emiliu Ceoflec a metterle insieme.

Date un’occhiata alle pizze A modo nostro (cambiano a cadenza mensile) che sono le più originali, tipo quella con le acciughe del Cantabrico, stracciatella di burrata e cipolla caramellata … strepitosa, come molte altre. Ma il plus (vi prego – da pronunciare come è scritto – è latino non inglese) viene dal reparto cucina, dove operano le manine sante di Paolo Ribotto che propongono delizie come i Tajarin al nero di seppia, aglio, olio, peperoncino e seppioline o il Calamaro ripieno con pomodori secchi, olive, valeriana e cipolla rossa. C’è davvero l’imbarazzo della scelta e mi sa che vi toccherà tornare più volte per togliervi la voglia, alla faccia delle mie pizzerie da giovane e squattrinato.

A proposito di Bruno Boveri 

Ho sempre coltivato la passione per il cibo e il vino. Sono stato per più di vent’anni dirigente nazionale di Slow Food. Collaboro alle guide del Gruppo Editoriale L’Espresso, scrivo di gastronomia ed enologia su riviste e siti internet. Sono Presidente della prima web radio europea dedicata al vino: La Voce del Vino/The Wine Voice.